La Germania si è dichiarata aperta a rafforzare i legami con la Cina, mantenendo però cautela sulla destinazione degli investimenti. Ad affermarlo è stato il ministro dell’Economia e vice-cancelliere Robert Habeck, che ha ricordato come “siamo un mercato aperto” e come questo significhi che “non siamo un mercato stupido, dobbiamo essere cauti“.

Dunque, il vice-cancelliere ha affermato che non c’è “nulla di male” se le aziende cinesi investono in Germania e viceversa, ma che la guerra in Ucraina ha dimostrato che “quello che sembra essere un partner affidabile può molto presto rivelarsi come uno che ti sta sequestrando“.

I commenti di Habeck arrivano dopo che il cancelliere tedesco Olaf Scholz ha compiuto un controverso viaggio in Cina per incontrare il presidente Xi Jinping all’inizio di novembre, divenendo così il primo leader del G7 a recarsi nella Repubblica Popolare dall’inizio della pandemia di Covid-19.

Habeck ha anche spiegato quali industrie dovrebbero e non dovrebbero stringere legami più stretti con la Cina, affermando che ci sono alcuni settori “che non sono aperti alla vendita“, come parti dei servizi sanitari tedeschi, semiconduttori, telecomunicazioni, energia e infrastrutture critiche.

Eppure, a Berlino c’è chi esprime viva preoccupazione per i legami della Germania con la Cina, anche dalle parti dell’esecutivo. Habeck ha in tal senso dichiarato che – pur essendoci “unità nei confronti della Cina”, “non può promettere” che non ci saranno ulteriori discussioni sull’argomento all’interno del governo tedesco.

Il ruolo della Cina in materia di diritti umani è una delle ragioni dell’esitazione dei Paesi ad avvicinarsi al colosso asiatico: appena nel mese di agosto le Nazioni Unite hanno dichiarato che il trattamento riservato dalla Cina agli uiguri e ad altri gruppi etnici minoritari potrebbe costituire un crimine contro l’umanità. Anche gli investitori e le imprese al di fuori della Cina sono diventati più cauti nel trattare con il Paese negli ultimi anni.

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