Crollo IPO e boom delisting e buyback sulle borse mondiali: ecco le nuove tendenze

I buyback contribuiscono alla maggiore concentrazione di capitali - BorsaInside

Il mercato azionario globale è oramai da tempo in profonda trasformazione. Negli ultimi anni, infatti, è stato un crescendo di delisting e di buyback mentre a latitare sempre di più sono le nuove quotazioni tramite IPO. La tendenza non riguarda questo o quel mercato specifico. Se è vero che in principio è stata Wall Street a registrare una forte crescita degli acquisti di azioni proprie, è altrettanto vero che, successivamente, la stessa tendenza si è imposta in Europa a partire dalla borsa di Londra. Anche Piazza Affari, ovviamente fatte le dovute proporzioni, segue questo trend.

Negli ultimi mesi su Borsa Italiana è stato tutto un proliferare di buyback e di delisting in un contesto in cui le nuove quotazioni sono state davvero poche (le più importanti IPO annunciate anni fa sono rimaste lettera morta per avverse condizioni di mercato).

Ma quale è la ragione alla base di queste tendenze? Se nel caso delle IPO sempre più rare e dei delisting tutto si spiega con il calo dell’attrattività dei mercati azionari in generale, per quello che riguarda i buyback la questione è più complessa. Questo perchè i piani di acquisto di azioni proprie sono un argomento divisivo anche tra gli addetti ai lavori. In poche parole non c’è un atteggiamento univoco sui buyback come messo in evidenza da Harry Goodacre, Strategist, Strategic Research Unit di Schroders.

La crescita dei buyback ha differenti interpretazioni

I buyback azionari, ossia il riacquisto da parte di una società delle proprie azioni sul mercato aperto, sono un argomento dibattuto tra gli stessi analisti.

Da un lato, i buyback azionari sono considerati un modo per restituire liquidità agli azionisti, poiché riducono il numero di azioni in circolazione, aumentando di conseguenza il valore per azione. Inoltre, possono essere visti come un’opzione fiscale più efficiente per gli investitori, in quanto le plusvalenze derivanti dai buyback spesso sono soggette a una tassazione inferiore rispetto al reddito ordinario.

Tuttavia, dall’altro lato, i buyback possono essere oggetto di critiche. Alcuni ritengono che possano essere manipolati dal management aziendale per influenzare il prezzo delle azioni o per aumentare i propri compensi, specialmente se la remunerazione dei dirigenti è legata alla crescita dell’utile per azione. Inoltre, un’elevata attività di buyback potrebbe indicare che la società non sta investendo in modo redditizio in nuove opportunità di crescita, il che potrebbe sollevare preoccupazioni tra gli investitori.

L’introduzione negli Stati Uniti di una “tassa sui buyback”, entrata in vigore il primo gennaio 2023, evidenzia l’attenzione crescente nei confronti di questa pratica e la volontà di regolamentarla più da vicino.

Guardando ai dati, possiamo osservare una diffusione significativa dei buyback nelle grandi società, soprattutto negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Nel 2023, il 38 per cento delle grandi società statunitensi ha riacquistato almeno l’1 per cento delle proprie azioni, sebbene questo dato sia in calo rispetto agli anni precedenti. Anche le società britanniche hanno mostrato un forte aumento nell’attività di buyback, avvicinandosi ai livelli statunitensi.

Al di fuori degli Stati Uniti e del Regno Unito, i buyback sono in aumento anche in Giappone, Francia e Germania. In piccolo anche in Italia. Tuttavia, nei mercati emergenti, l’attività rimane limitata, con molte società giapponesi che accumulano liquidità piuttosto che riacquistare azioni.

In generale le quotate più piccole (parliamo di market cap) sono meno inclini ad avviare buyback mentre preferiscono emettere nuove azioni. Ciò non è un caso ma deriva dal fatto che le imprese più piccole crescono in modo più rapido e quindi, almeno potenzialmente, hanno bisogno di capitale aggiuntivo. E’ plausibile che tutto ciò possa anche spiegare perchè le le società dei mercati emergenti non amano particolarmente i riacquisti di azioni proprie.

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Le dimensioni dei buyback nel 2023

Nell’analisi di Schroders non manca un riferimento anche ai numeri dei buyback. Ebbene nel 2023 il 38 per cento delle grandi società Usa ha riacquistato almeno l’1 per cento delle proprie azioni contro il 28 per cento dell’universo societario più ampio. Parallelamente solo il 17 per cento delle grandi società statunitensi ha incrementato il proprio numero di azioni di almeno l’1 per cento rispetto al 31 per cento dell’universo societario più ampio.

E’ palese che c’è una profonda differenza tra come agiscono le grandi quotate e come invece si muove tutto il mercato. I numeri messi in risalto dall’analisi riguardano la borsa Usa ma è evidente che il discorso può essere esteso a tutte le borse occidentali.

Tra l’altro, aspetto assolutamente non secondario, i buyback hanno come effetto anche la concentrazione di capitali. Quindi se le azioni investibili in borsa si stanno progressivamente riducendo non è solo perchè i delisting sono nettamente maggiori delle IPO ma anche perchè gli stessi piani di riacquisto di azioni proprie stanno sottraendo capitale ai mercati azionari.

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