Le 3 azioni dell’abbigliamento con forte margine di sicurezza e alto potenziale di upside

Ha senso investire nei titoli del settore abbigliamento in un contesto fortemente condizionato dal rischio recessione? La storia insegna che quando c’è una recessione, si assiste ad una inevitabile flessione dei consumi che, per forza di cose, impatta soprattutto sui settori ciclici. Non è quindi un caso che il comparto dei beni di consumo discrezionali (comprendente anche le quotate che opera nel settore dell’abbigliamento) sia stato tra i peggiori di tutto l’S&P 500 di Wall Street.

Infatti l’indice settoriale S&P 500 Consumer Discretionary da inizio dell’anno scorso è in ribasso del 30 per cento contro il -20% dell’indice benchmark. Tantissime società che producono e commercializzano abbigliamento sono da tempo al centro di vendite molto forti.

Tuttavia ci sono alcuni rivenditori che non solo sembrano resistere a questo trend ma anche anzi stanno sfruttando la situazione per consolidare la loro posizione. Si tratta di tre titoli con forte margine di sicurezza, discreto potenziale di upside e un buon rendimento da dividendo che non guasta mai.

Le tre quotate in questione sono:

  • Capri Holdings (CPRI)
  • Levi Strauss & Co. (LEVI)
  • Under Armour (UAA)

Nei prossimi paragrafi analizzeremo nel dettaglio i tre titoli. Anticipiamo già ora che si tratta di tre quotate alla portata di tutti. Infatti tutte i migliori broker consentono di speculare sull’andamento dei prezzi di queste azioni. Tuttavia, trattandosi di titoli quotate a Wall Street, il nostro consiglio è quello di usare solo piattaforme specializzate sull’azionario americano. Un esempio è Freedom24 che, tra i tanti altri vantaggi, ne presenta uno particolarmente significativo: la possibilità, riservata ai nuovi clienti, di comprare azioni per i primi 30 giorni di attività. Torneremo a parlare delle caratteristiche di Freedom24 successivamente.

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Azioni Capri Holdings: punti di forza e upside

Iniziamo questa rassegna sulle migliori azioni del settore abbigliamento con il titolo Capri Holdings.

La società progetta e commercializza abbigliamento e accessori per uomo e per donna con i marchi Versace, Jimmy Choo e Michael Kors.

Attualmente Capri Holdings si muove su livelli pre-pandemia. Il management del gruppo ha trasformato un’azienda un tempo monomarca in una grande holding del segmento di mercato dei beni di lusso. Mentre in precedenza Capri aveva un solo grande marchio nel suo portafoglio (Michael Kors), oggi ben un terzo dei ricavi complessivi della Capri proviene dal marchio di scarpe premium Jimmy Choo e da Versace.

Stando alle più recenti indicazioni del management, la quota di entrate complessive di Versace e Jimmy Choo dovrebbe salire fino al 40 per cento nel lungo termine. Parallelamente anche il numero di negozi Versace dovrebbe aumentare passando da 209 a 300 mentre le entrate generate da questo marchio dovrebbero salire fino a 2 miliardi contro gli 1,08 miliardi del 2022. Anche il numero di negozi Jimmy Choo dovrebbe crescere da 237 a 300 mentre le entrate ascrivibili a questo brand dovrebbero salire da 618 milioni a 1 miliardo di dollari. Tutto questo mentre la Capri prosegue con il consolidamento del posizionamento nel segmento premium.

Stando alle proiezioni recentemente diffuse da Bain & Co, il mercato globale dei beni di lusso dovrebbe crescere fino a 283 miliardi di dollari evidenziando un tasso di crescita annuale composto (CAGR) compreso nel range 6-8 per cento entro il 2025. Tra l’altro, sempre secondo lo stesso studio, il segmento dell’abbigliamento di lusso si è consolidato rapidamente negli ultimi anni con la quota di mercato ascrivibile ai sette brand leader che è passata dal 17 per cento del totale (dato del 2000) al 33 per cento attuale. La Capri potrebbe trarre beneficio da questa tendenza.

Per quello che riguarda la performance finanziaria, nonostante un portafoglio di brand riconoscibile e i forti drivers, il titolo Capri è finito sotto pressione. La trimestrale pubblicata dalla holding a febbraio è stata deludente. In particolare i ricavi hanno segnato un ribasso del 6 per cento su base annua scendendo da 1,61 miliardi di dollari a 1,51 miliardi di dollari. Segno rosso anche per l’utile operativo che ha segnato un calo da 331 milioni di dollari a 236 milioni di dollari mentre il margine operativo è sceso dal precedente 20,57 per cento al 15,61 per cento. Insomma considerando anche che l’utile netto si è attestato a quota 225 milioni di dollari rispetto ai 322 milioni di dollari dell’anno precedente, sicuramente i fondamentali di Capri non sono brillanti.

Nonostante questi segni negativi, ci sono tutta una serie di elementi che fanno guardare con fiducia al futuro. Di eseguito alcuni degli spunti più interessanti:

  • il calo delle entrare di Capri è dovuto al rafforzamento del dollaro USA
  • tutto il settore premium dell’azienda continua a crescere a valuta costante e tra l’altro i ricavi di Versace hanno segnato un aumento dell’11 per cento anno su anno
  • il brand Michael Kors è calato del 4 per cento a valuta costante a causa della riduzione dei ricavi all’ingrosso ma le vendite al dettaglio del marchio sono forti
  • la base di clienti è salita del 20 per cento
  • con il ritorno di un cambio più favorevole, le vendite di Capri dovrebbe risalire aiutate anche dall’apertura del mercato cinese dopo i lockdown

Da non tralasciare il fatto che Capri abbia un bilancio molto solido con un debito totale che ammonta a 1,54 miliardi di dollari e disponibilità liquide per 281 milioni.

Il target price fissato da Jefferies è di 45 dollari per azione mentre Raymond James pone come obiettivo 60 dollari per azione. Alla luce di quanto affermato dal consensus il valore di mercato equo di Capri sarebbe di 53 dollari per azione. E se consideriamo quelli che sono i prezzi attuali, emerge un potenziale di upside del 43,63 per cento.

Insomma c’è spazio per un apprezzamento e il titolo è certamente da considerare se si cercano quotate del settore abbigliamento con upside.

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Azioni Levi Strauss & Co.: punti di forza e upside

Il produttore di abbigliamento Levi Strauss & Co. non necessita di presentazioni. Icona mondiale del tessuto di jeans, Levi’s, deve proprio al denim la sua capacità di resistenza in un contesto caratterizzato da recessione.

Stando a quanto messo in evidenza da numerosi analisti, infatti, il tessuto di jeans è meno suscettibile ai cambiamenti economici rispetto ad altri capi di abbigliamento. Questo lo dice la storia e non è quindi un’opinione. Nel corso della grande recessione, infatti, le vendite di jeans sono addirittura cresciute.

Ma a prescindere da questo, sono le stesse dinamiche generali del settore a dare sostegno alla crescita di Levi Strauss a lungo termine. Secondo i vertici della società, infatti, il mercato globale dell’abbigliamento e degli accessori dovrebbe valore fino a 1,6 trilioni di dollari mentre il mercato globale dei jeans ha un valore di 100 miliardi di dollari. Grazie ad un fatturato pari a 6,17 miliardi di dollari, la quota in mano a Levi Strauss è di circa il 6 per cento. Questo numero vale un primato e infatti Levi’2 è il più grande player del settore. E tra l’altro è utile non tralasciare che il mercato dei jeans crescerà a un tasso di crescita annuo composto (CAGR) del 6 per cento almeno fino al 2026.

Il management dell’azienda, inoltre, prevede che il marchio Levi’s, il quale rappresenta oltre il 90 per cento delle vendite di Levi Strauss, possa generare entrate pari a 8 miliardi di dollari di entrate entro il 2027 e questo implicherebbe una crescita del CAGR del 7 per cento.

Ecco alcuni spunti interessanti sulla quotata:

  • tutta la strategia dell’azienda è basata sull’aumento della quota di vendite dirette al cliente e va considerato che Levi Strauss ha già fatto tanto proprio in questa direzione
  • nonostante la quota delle vendite online sia calata rispetto all’era del covid19 (quando si registrò un boom del segmento e-commerce), si prevede che proprio questo segmento possa contribuire per circa 800 milioni di dollari alle entrate totali dell’azienda entro il 2027.
  • i vertici punta ad una espansione della presenza fisica di Levi Strauss. Un dato su tutti: alla fine del 2022, l’azienda contava 1.089 negozi in 38 paesi; entro il 2027 si dovrebbe salire a 1.550 negozi.

Appena poche settimane fa, la quotata ha ufficializzato i conti del primo trimestre 2023. Il consensus degli analisti è stato battuto sia alla voce dei ricavi che sul parametro dell’EPS (utile per azione). Più ne dettaglio, Levi Strauss ha chiuso il trimestre con ricavi pari a 1,69 miliardi di dollari, in aumento del 6,3 per cento rispetto all’anno precedente e un utile operativo che si è attestato a 157 milioni di dollari, in ribasso dai 234 milioni di dollari di un anno fa. In questo contesto il margine operativo è sceso dal 14,71 per cento precedente al 9,32 per cento. Di conseguenza l‘utile netto è stato pari a 115 milioni di dollari dai 196 milioni dell’anno precedente. Scendendo nel conto economico, il free cash flow ha segnato un calo da -39 milioni di dollari a -323 milioni di dollari. La flessione si spiega in parte con il fatto che solitamente nel primo trimestre dell’esercizio si verifica un aumento stagionale del capitale circolante netto.

Ad ogni modo tutti questi dati confermano che che Levi Strauss è una realtà capace di generare flussi di cassa significativi.

Le azioni, dal canto loro, trattano ma sconto rispetto a quella che è la media del settore.

Bank of America ha fissato un target price minimo a 16 dollari per azione. Mentre Stifel Nicolaus ha valutato le azioni LEVI a 19 per azione. Considerando che la stima di consensus assegna alle azioni Levi & Strass un valore di mercato equo pari a 18 per azione, ai prezzi attuali il potenziale di upside è del 29,49 per cento.

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Azioni Under Armour: upside e punti di forza

Per chi non lo sapesse, Under Armour è una compagnia americana che progetta e commercializza abbigliamento sportivo, calzature e accessori per uomo e donna. La società è attiva sul mercato con lo stesso brand.

Secondo un recente studio dell’International Health, Racquet, and Sports Clubs Association (IHRSA), l’industria del fitness ha sempre messo in evidenza una forte resilienza alla recessione. Quindi se anche l’economia globale dovesse viaggiare verso una forte recessione, realtà come Under Armour dovrebbe reggere l’impatto.

Stando ai dati di Reogma dal 1996, l’industria americana del fitness club ha messo a segno un aumento pari a 3,5 volte il Pil. La tendenza dovrebbe proseguire. Gli esperti della Mordor Intelligence ritengono che il settore possa crescere ad un tasso annuo composto (CAGR) dell’11,9 per cento fino al 2028. Oggi Under Armour è uno dei marchi di abbigliamento sportivo e calzature più famosi al mondo assieme ad altri colossi come Nike, Adidas e Puma. Quindi se il settore cresce anche Under Armour farà altrettanto.

Tra i punti di forza della società ci sono la bassa stagionalità delle numerose gamme di prodotti. Del resto non è necessario essere degli esperti del settore per sapere che capi di abbigliamento come magliette, leggings e scarpe da ginnastica si possono oramai usare tutto l’anno perchè sono realizzati con materiali comodi da usare in diverse condizioni meteorologiche.

Nel corso del tempo la società ha siglato tutta una serie di sponsor ship con atleti che hanno ottenuto ottimi risultati sul campo. Ad esempio Stephen Curry, playmaker dei Golden State Warriors, è attualmente considerato uno dei migliori giocatori di basket nella storia della NBA.

Per quello che riguarda le prestazioni del titolo, va rilevato come negli ultimi mesi la quotata sia stata molto sotto pressione anche perchè è avvenuto un aumento significativo delle scorte che è stato interpretato dal mercato come un segnale di vendite più basse.

Al tempo stesso però l’azienda può vantare dei punti di forza indiscutibili come:

  • il fatto che l’incremento delle scorte passa essere interpretato come la risposta della società a quanto avvenuto nel biennio 2021-2022 quando le scorte erano state molto basse costringendo la società a rifiutare parte della domanda in un contesto di forti preoccupazioni per la catena di approvvigionamento
  • nel 2023 le entrate dovrebbero essere molto vicine a 6 miliardi di dollari. Quindi l’attuale saldo delle scorte può essere ritenuto in linea con il livello normale per le aziende di abbigliamento.

Per quello che riguarda il lato finanziario, Under Armour ha chiuso l’ultimo periodo con ricavi pari a 5,76 miliardi di dollari contro i 5,68 miliardi di dollari di fine anno. In ribasso anche l’utile operativo che ha segnato una flessione da 486 milioni di dollari a 356 milioni di dollari. Di conseguenza anche il margine operativo è sceso passando dall’8,55 per cento al 6,18 per cento. Scendendo nel conto economico, l’utile netto è ammontato a 294 milioni di dollari, valore che si raffronta con i 360 milioni di dollari dell’anno precedente. Ancora il free cash flow ha segnato una flessione da 595 milioni a -233 milioni. Un calo robusto che i vertici della società hanno spiegato alla luce crescita del magazzino e, di conseguenza, all’aumento del capitale circolante netto.

Per quello che riguarda la valutazione, va evidenziato che la società stia trattando a sconto rispetto alla media del settore. Il target price minimo è di 10 dollari ed è quello espresso dagli analisti di JP Morgan mentre per UBS è 15 euro. Secondo il consensus di Wall Street un valore equo sarebbe 12,4 dollari. Ai prezzi attuali questa valutazione implicherebbe un potenziale di upside del 43,35 per cento.

C’è quindi spazio per una crescita molto consistente del titolo. Nonostante questa prospettiva, però, attenzione ai rischi. Considerando Under Armour presenta margini bassi e volatili, sarebbe sufficiente un aumento dei costi di appena pochi punti percentuali per determinare una perdita netta anche significativa.

Come nel caso degli altri titoli del settore abbigliamento, anche le azioni Under Armour possono essere comprate senza commissioni (se si è nuovi clienti) sulla piattaforma Freedom24.

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E proprio di questo broker parleremo adesso.

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Gli investimenti in titoli e altri strumenti finanziari comportano sempre il rischio di perdita del capitale. L’investimento in un’IPO può comportare ulteriori restrizioni. Le previsioni o le performance passate non sono garanzia di risultati futuri.

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