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In Olanda le sedi dei grandi gruppi italiani, ma l'Ue vieta di escluderli dagli aiuti statali per l'emergenza

In Olanda le sedi dei grandi gruppi italiani, ma l'Ue vieta di escluderli dagli aiuti statali per l'emergenza

In Olanda le sedi di Fca, Ferrero, Luxottica, Mediaset, Telecom Italia, e persino di alcune partecipate come Eni, Enel e Saipem

L'Olanda si è schierata tra i Paesi rigoristi, quelli contrari agli eurobond e favorevoli all'uso del Mes con tutte le condizioni che prevede il trattato, ma è anche uno Stato che con le sue agevolazioni fiscali, da anni è diventato una sorta di paradiso fiscale, che ogni anno sottrae al fisco degli altri Paesi membri milioni di euro di entrate tributarie.

In Olanda hanno spostato la propria sede alcuni dei più grandi gruppi italiani, come Fca e Ferrari, che hanno lì la propria sede legale, mentre la Exor di famiglia Agnelli vi ha la sede fiscale. Hanno sede legale in Olanda anche Mediaset, ma anche alcune partecipate dello Stato come Saipem, Eni ed Enel.

Un'idea, quella di spostare la sede in Olanda, che è piaciuta anche a Campari, attualmente impegnata nel 'trasloco'. Luxottica ha sede nel Paese dei tulipani già dal 1999, poi ci sono Ferrero, Illy, Telecom Italia, Prysmian, Cementir (di proprietà di Caltagirone).

Insomma non esattamente i migliori esempi di amor patrio ma la legge lo permette e tanto basta. Intanto però, tanto l'Italia quanto gli altri Paesi dell'Ue che si trovano privati di ingenti entrate fiscali per la stessa ragione, hanno sempre tentato di metterci una pezza contestando gli aiuti pubblici, che l'Europa proibisce quando si lede la concorrenza.

Un sistema che però non potrà essere utilizzato nel contesto dell'emergenza coronavirus, perché la Commissione Ue, proprio in questi giorni, ha stabilito che in virtù del principio della libera circolazione dei capitali, i piani di salvataggio pubblico messi in campo per sostenere le imprese nella ripartenza post pandemia, non possono tagliare fuori quelle che hanno sede in altri Paesi.

Ufficialmente l'Olanda non fa parte dei Paesi classificati come 'paradisi fiscali' e non rientrando in quella lista stilata dalla stessa Ue, anche correre ai ripari diventa più difficile per i Paesi privati di quegli introiti fiscali.

A cosa è dovuta la mancata classificazione dell'Olanda come paradiso fiscale? Pare ci siano delle ragioni politiche. Quando si tratta di normative fiscali, l'Unione Europea chiede l'unanimità dei voti per apportare modifiche, e tra i Paesi che votano ci sono ovviamente la stessa Olanda e il Lussemburgo.

Sappiamo che le aziende europee che decidono di trasferire la propria sede, legale o fiscale, in Olanda fanno pressione sui rispettivi Governi affinché tutto resti così com'è. Insomma una lotta all'evasione fiscale che in Italia si continua a combattere sugli scontrini emessi dai bar e con una drastica riduzione dell'uso del contante, per poi lasciare che l'emorragia di capitali prosegua indisturbata attraverso le agevolazioni fiscali olandesi.

Informazioni fondamentali relative alle pratiche fiscali dell'Olanda sono anche in possesso dell'Ocse, ma questi dati non possono essere resi pubblici, aumentando notevolmente il livello di trasparenza, perché alcuni Paesi Ue pongono il loro veto.

L'Olanda 'paradiso fiscale' sui generis

L'Olanda risucchia agli altri Paesi dell'Ue circa 72 miliardi di euro di profitti aziendali ogni anno, e solo una minima parte di questa enorme cifra va a finire effettivamente nelle casse del fisco, olandese naturalmente.

Si calcola che tolti circa 10 miliardi di euro, che comunque non sono esattamente bruscoletti, il resto rimane 'al sicuro' nelle tasche delle multinazionali. Questo perlomeno è quanto rilevato dall'economista Gabriel Zucman, che è uno dei più attenti osservatori di questo fenomeno.

L'Italia ci perde profitti per circa 30 miliardi di euro annui. Somme che non finiscono tutte in Olanda, anzi, lì ci vanno a finire circa 3 miliardi di euro, che però si tradurrebbero in 1 miliardo di gettito fiscale per il nostro Paese e a battere cassa è invece l'Olanda, che grazie a questi meccanismi ottiene circa il 40% del proprio gettito.

Eppure non è il classico paradisco fiscale, non risulta esserlo se ci si attiene alla lista dell'Ue nella quale come accennato non viene inserito, ma non è solo per questo. Le sue aliquote fiscali non sono in realtà così diverse da quelle della maggior parte dei Paesi membri, ma quando si parla di dividendi, di guadagni da cessioni di partecipazioni, interessi incassati da prestiti infra gruppo o royalties i prelievi sono estremamente ridotti o persino inesistenti.

Ed è per questo che le holding delle multinazionali vanno a finire proprio in Olanda, e per far funzionare il meccanismo le stesse società costruiscono delle strutture di gruppo artificiose che permettono di far fluire il denaro nel modo giusto.

Misha Maslennikov, consulente di Oxfam Italia sul tema fisco ha spiegato alcuni aspetti di questo meccanismo. "Destano preoccupazione gli accordi fiscali riservati che i Paesi Bassi, come anche altri Paesi Ue, hanno siglato e continuano a siglare con le imprese multinazionali che verosimilmente permettono di ridurre in modo consistente il livello effettivo di tassazione delle corporation" spiega l'esperto.

"L'Olanda ha inoltre in essere un ampio network di convenzioni fiscali con altri Paesi che hanno natura particolarmente restrittiva, permettendo un abbattimento significativo delle aliquote sulle ritenute alla fonte per diverse fattispecie di reddito d'impresa che fluiscono verso Amsterdam" aggiunge Maslennikov.

C'è poi la classifica globale dell'associazione Tax Justice Network, che denuncia e combatte pratiche fiscali scorrette, e in questa classifica nelle prime posizioni troviamo proprio i Paesi Bassi che in fatto di poca trasparenza delle pratiche fiscali sono preceduti solo da Isole Vergini, Bermuda e Isole Cayman.

Per stabilire quanto le pratiche fiscali di un Paese siano corrette, l'associazione prende in analisi la discrepanza tra le risorse che una data società possiede in un dato Paese, come numero di dipendenti e uffici e gli utili che realizza in quello stesso Paese.

Ed è incrociando questi dati che si inizia a delineare un quadro abbastanza significativo. Ogni singolo dipendente nel Lussemburgo genera profitti per circa 8 milioni di euro, contro i soli 33 mila euro di un dipendente francese, e pensare che i due Paesi confinano.

Non arrivano a tanto i dipendenti svizzeri, ciascuno dei quali genera profitti per circa 760 mila euro, mentre un dipendente olandese ne genera circa 530 mila. La media europea è invece di circa 60 mila euro per dipendente, mentre Italia e Germania sono intorno ai 42 mila euro.

Uno degli strumenti che i Paesi Ue hanno provato ad adottare è quello degli aiuti pubblici. Dal momento che l'Ue proibisce questi aiuti quando ledono la concorrenza, e visto che determinati accordi tra aziende ed erario che abbassano il livello di prelievo fiscale al di sotto di una certa soglia sono considerati come indebite agevolazioni, in questo modo si tenta di compensare i mancati incassi del fisco.

Inutile sottolineare che ci sono state anche delle condanne alle quali i gruppi coinvolti ed i Paesi che offrono le suddette agevolazioni, come Lussemburgo, Olanda e Irlanda, si sono opposti fermamente.

Ma veniamo a oggi, ad una situazione in cui per via delle conseguenze economiche dell'emergenza coronavirus, alcuni Paesi dell'Ue si trovano in gravissime difficoltà. Ora più che mai la situazione impone di ricorrere al regolamento che vieta gli aiuti pubblici verso quelle società con sede nei paradisi fiscali.

Tuttavia è proprio l'Europa a contraddire il suo stesso regolamento. Francia, Danimarca e Polonia hanno deciso di escludere dall'erogazione degli aiuti pubblici quelle società che portano i capitali nei paradisi fiscali, ma la Commissione Ue si è opposta affermando che fare questa distinzione sarebbe contrario ai principi della libera circolazione dei capitali.

A tal proposito è ancora Maslennikov a fare alcune considerazioni. "Sarebbe opportuno che anche il nostro Parlamento emendasse in fase di conversione il DL Liquidità inserendo l'obbligo per le società italiane che fanno parte di grandi gruppi multinazionali e richiedono garanzie statali su nuovi finanziamenti di rendere pubbliche le proprie rendicontazioni Paese per Paese".

"Volete il nostro supporto? Ben venga" dice l'esperto di Oxfam Italia "ma vi chiediamo di permettere ai cittadini e parlamentari un maggior scrutinio sulla vostra strutturazione societaria globale e sul livello di contribuzione fiscale in ciascun Paese in cui operate".

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Redazione Borsainside ©RIPRODUZIONE RISERVATA

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